La sosia di Pearl
Già si chiede perché ha accettato di uscire. Perché si
deve andare, fare, girare e poi dire che si è girato, fatto
e visto.
"È pure domenica", pensa, mentre s'infila la giacchetta
di velluto a costine amaranto sulla sua gonna a fiorellini
e sulla camicetta bianca.
Si comincia malissimo, infatti, con questo che dice col
solito sorrisetto che non sarebbe qui se conoscesse
l'attrice tal dei tali e, naturalmente, viceversa perché è
un giovanotto moderno.
Mica per niente, perché questo dice già dove siamo con
l'immaginazione e soprattutto di che tipo è. E pure che
te l'attribuisce.
Quindi, al bar, mentre mangia un tramezzino, è tutta presa
dalla lettura della Nottola, cercando un film come unica
possibile cura a quella pressione interna che sta pericolosamente
salendo. Anche da piccola aspettava come un cagnolino che il
padre decidesse per il cinema, poi, impaziente, aspettava che
le luci si spegnessero cancellando tutto il resto. E, alla fine, di
corsa a casa senza far cadere neppure una goccia per ricordare,
pensare, sognare, immaginare.
Eccolo qui: Duello al sole. In un piccolo cineclub, grande come
un tinello.
Gregory Peck e Jennifer Jones hanno appena cominciato a vivere,
là sullo schermo, quando accanto a lei un vicino monolitico dice
qualcosa: "Camicetta verde, come la speranza".
Lei si gira, ma quello, assorto con lo sguardo sullo schermo,
parla da solo. E lo conosce! Professore di Storia del Teatro e
dello Spettacolo, all'Università.
Va avanti così, per tutto il film, pattinando sul ghiaccio delle sue
interpretazioni, dei suoi simboli, facendo lezione a se stesso.
Alla fine del film rimane incastrato nella poltroncina,
probabilmente fino all'ultima proiezione per poi andare a casa
a sognare camicette verde speranza.
Lei, distratta da quella stranezza, si è completamente dimenticata
dell'accompagnatore che emerge dalla saletta senza la solita
espressione grifagna ma stranamente stupito.
"Guarda, un po' le somigli. Sei pure pettinata uguale. Se ti metti
il rossetto...", dice con il dito puntato sulla locandina.
"Volevi un'attrice...", risponde lei che si sta infilando la giacchetta
perché adesso è andato via il sole e fuori fa freddo.
E va via svelta, da sola, senza perdere neanche una goccia, per
andare a casa, nella sua realtà.
S. L. (Porucista c'est moi, c'est moi, c'est moi)
La capacità di scegliere
Ciascuno è abitato da più "voci", non sempre unificate
e unificabili, che nel dialogo intrapsichico e ancor di più
nel rapporto psicanalitico giocano continue scomposizioni
e ricomposizioni, veicolo di patologie, ma anche strumento
di guarigione...
Il problema non è l'ambiguità in sé, ma il modo in cui può
andare al servizio della malafede o della contraddizione...
La "malafede", che dall'ambiguità emerge, si può circoscrivere
ai casi nei quali si organizza come specifico tratto del carattere.
Si deve allora concludere che la malafede è al tempo stesso
un crimine e una nevrosi, poiché lede la lealtà dei rapporti
e compromette il funzionamento dell'Io.
La sua portata subdola e distruttiva si esplica, nelle sue varie
forme, a livello sia del singolo che della società, infatti, i
meccanismi di non integrazione e di regressione dell'ambiguità,
sebbene riescano a ingannare e a prendersi gioco del Super-Io,
eludendo i sentimenti di colpa e di persecuzione, fanno perdere
però contemporaneamente anche la funzione protettiva,
di solido riferimento interiore, che un Super-Io maturo può
svolgere: come codice morale interiorizzato, istanza regolatrice,
ma soprattutto reciproca garanzia della capacità di controllo
degli impulsi.
(A volte) viene da pensare a quella sindrome infantile che viene
detta di "pseudoimbecillità", ultima difesa dei bambini che si
fanno credere stupidi quando si trovano in un contesto ambientale
che non possono accettare o cambiare.
da L'ambiguità S. Argentieri Einaudi
La treccia rossa
In giornate come questa, ti passa la voglia di andare a lavoro.
Uscita dal bar, camminerei per la strada dritta, quella che finisce
con la nebbia. Sparire laggiù lasciando solo la gora dei miei
capelli rossi.Non toccatemi i capelli.
Che direbbe la brunetta in giornate come questa? Lei che gira
sempre con la borsa grande come una profuga, profuga nell'animo.
Lei che sembra sempre ben disposta. Che ci crede e che ti ci fa
credere. Cos'ha da credere?
Eppure è a lei che l'ho raccontato, e ho pure pianto. Lei così
paziente con quello stronzo. L'unica a cui l'ho raccontato.
E invece ecco qui il solito cancello, il solito percorso, gli stessi
bidoni, le stesse scale, lo stesso ufficio.
Le stesse carte, le stesse facce.
Le solite imprese impossibili.
Gli stessi problemi di tutti. Le stesse incomprensioni, le stesse
stupidaggini. La stessa impotenza.
- Buongiorno dottore'... lei che è psico... je posso di' na cosa psico
mia?
- Sto qui apposta.
- Oggi no. Domani, magari.
- Basta che non fai sciocchezze.
- Un giorno per volta dottore'... un giorno per volta.
Un giorno per volta. Piano piano. Questo che ha scoperto che la
vita è sofferenza al contrario. Ha scoperto la fine e dunque il
principio, scherzando.
Ci credono, credono che stiamo qui con le risposte. Come bon-bon,
come caramelle.
Stavo seduta così, come ora. Col quaderno davanti, quello delle
ricerche. Compito di storia.
Il foglio bianco coperto dall'ombra e io che sapevo che lei era lì e
guardava. La contentezza. Tutta protesa a scrivere bene senza
capire più cosa stavo scrivendo.
Tutta molle con le farfalle nelle vene. Tutta tiepida dentro.
"Ecco ora mi mette il braccio attorno alle spalle". Lei che non mi
guardava mai.
"Ecco ora mi tocca la testa". Lei che non mi toccava mai.
Talmente protesa e concentrata, talmente concentrata, da non
sentire subito il freddo sul collo, solo il clang, il rumore.
E girata, vedere solo la sua faccia impenetrabile e le forbici nella
mano destra e la mia treccia nella sinistra.
E poi, in cucina, davanti alla finestra che fuma, si gira e mi dice:
"Era fastidiosa e le cose fastidiose vanno eliminate".
E io che guardo nel secchio la mia treccia col suo stupido fiocco tra
i resti del pranzo.
Oggi è venerdì, domani è sabato. Domani andiamo a comprare la
macchina per fare la pasta. Fabrizio ci tiene tanto. Alla sua casa,
alle sue cose. Qualsiasi cosa che diventa sua, diventa importante.
Faremo la pasta, faremo un bambino.
Perché lo dicono tutti che i figli so' piezze e' core.
S.L.
Carl Larsson
... e anche questo è vero
L'integrità morale dipende dall'integrità interna dell'Io.
Helzapoppin
Romantiche
Claire Bretecher I Frustrati 4 Bompiani (1979)
L'io e gli altri
Un intenso sentimento di frustrazione può insorgere se
fallisce il tentativo di trovare un vero altro, senza il quale è
impossibile stabilire una soddisfacente «identità» per sé.
Insorge invece un senso di vergogna, in contrasto con un
senso di colpa, quando il soggetto si trova condannato
a un'identità, a una definizione di sé, quale complemento
di un altro, identità che egli vorrebbe, ma non riesce
a ripudiare.
Il soggetto troverà notevole difficoltà a stabilire una coerente
definizione di sé, se le definizioni che gli altri danno di lui sono
incoerenti o anche simultaneamente e reciprocamente
contraddittorie... Ci può essere l'esigenza di una collusione
per non riconoscere la loro incompatibilità reciproca.
In questo caso, l'individuo può trovarsi non in stato di conflitto,
ma di estrema confusione senza sapere cosa determini tale
confusione, anzi ignorando di essere confuso. Confusione
e dubbio provocati dagli altri, che gli offrono identità parziali,
le quali sono complementi delle loro identità ma che, purtroppo
sono reciprocamente incompatibili in una sola persona,
sgretolando il senso che questa ha della propria identità...
R. D. Laing L'io e gli altri psicopatologia dei processi interattivi
Pau Klee
Amore per l'arte
Claire Bretecher I frustrati 4 Bompiani
Realtà illusoria
E se i lui (o le lei) sono tanti? Come nel web?
Dove ogni contatto, ogni rapporto è solo virtuale?
Il soggetto che è solo davanti al proprio computer
entra in relazione con qualcuno, con diversi altri
che hanno un'identità solo virtuale e non fisica.
Di conseguenza ogni soggetto vive le personali
fantasie che sono radicate nel proprio inconscio.
L'alterità dell'altro viene elusa perché non c'è
una persona fisica. L'altro diventa la personificazione
della fantasia. L'esistenza dell'altro non viene accettata
inequivocabilmente. La persona (il soggetto) tratta
l'altro alla stregua di un fantasma che diventa un
possesso privato. E, in modo caratteristico, egli,
uomo o donna che sia, si adira e si atterisce quando
scopre che l'altro non è l'incarnazione del suo prototipo
fantastico.
Sciocchezze
Pensiamo a un politico americano che tiene un discorso per
la festa dell'Indipendenza, il 4 luglio, e parla pomposamente
della "nostra grande e benedetta nazione", i cui Padri Fondatori,
guidati da Dio, crearono un nuovo inizio per l'umanità".
Si tratta indubbiamente di sciocchezze.
Mentirebbe solo se la sua intanzione non fosse di diffondere tra
gli ascoltatori credenze che egli stesso considera false...
Ma in realtà all'oratore non importa ciò che pensa il suo pubblico
dei Padri Fondatori o del ruolo della divinità nella storia
dell'America e via discorrendo.
Quanto meno, la ragione del discorso non è un interesse per ciò
che ciascuno pensa di simili argomenti.
È chiaro che ciò che rende questo discorso per la festa del 4 di
luglio una serie di sciocchezze non è, essenzialmente, il fatto
che l'oratore considera false le sue affermazioni.
Piuttosto... l'oratore vuole comunicare attraverso quelle
affermazioni una certa impressione di sé.
Non cerca d'ingannare nessuno riguardo alla storia americana.
Ciò che gli importa è quello che pensa la gente di lui.
Harry G. Frankfurt Stronzate, un saggio filosofico Rizzoli
L'orrendo sofisma - repetita iuvant
Questo è un commento sparito dalla colonna
delle segnalazioni quest'estate:
Questa faccenda della Verità e della Realtà sta
diventando un orrendo sofisma che ha a che fare con la
malafede, con la distorsione e con la confusione.
Esiste una realtà, uguale per tutti, da cui non si può
prescindere: piove o tira vento, è sera o è mattina.
Poi c'è la realtà che facciamo interagendo: ogni singolo
individuo porta la sua realtà in quella più ampia che così
viene "fatta".
La realtà di ogni singolo individuo è fatta dai suoi pensieri
e dalle emozioni che essi generano. Perché l'emotività
esiste in funzione di come pensiamo non di per se stessa.
La verità di ognuno, quindi, deve nascere da un giusto pensare,
non da quello distorto dall'ego che sempre tende alla supremazia
e al proprio riconoscimento.
La realtà, infatti, è sempre meschina ma per se stessi vuole
essere molto altisonante.
Quando la realtà comprende la verità, La Realtà procede
dritta. Migliora per tutti.
Conoscere la propria veracità significa guardare il prorio modo
di concepirsi, quindi il proprio modo di pensare e, quindi, di
provare e di sentire. Tutto questo ha a che fare con
l'immaginazione, con le fantasie, con il bisogno di affermazione.
Le emozioni possono essere reali (si sentono) ma non vere.
Basta fare una prova: spingere l'immaginazione un poco più
in là e fantasticare oltre gli obiettivi che ci sembrano tanto
prioritari. Trovare la radice di certe emozioni ci rende Veri.
Sgradevole? Sempre. E anche molto difficile ma proficuo.
In genere, troviamo sempre condizionamento e solo un finto
amor proprio. E le solite delusioni.
Certe battaglie generano energia fittizia e deleteria.
La Verità ha a che fare con qualche ideale?
L'Ideale è sempre astratto e lontano, quindi impraticabile,
mero simbolo? O è qualcosa a cui si tende?
L'ideale non è tale per se stesso ma per chi lo sceglie.
I triangoli sono utili? Non saprei. Forse perché generano
conflitto che crea un qualche tipo di energia?
Bisogna vedere allora se questo tipo di conflitto è veramente
utile e a cosa e a chi. Spingere anche qui l'immaginazioe
oltre l'immediato.
Per quanto mi riguarda, mi sento rotonda.
Genera meno attrito inutile che è l'unico modo per partecipare
della famosa realtà cercando di capire cosa è il Vero e cosa è
il Falso.
Perché entrambi operano nella Realtà ma uno fa bene e l'altro
fa male.
L'ideale fa bene all'ideologia? Così buona solo quando si applica
in termini generici e lontani.
Ma in termini soggettivi e vicini, cosa conta? IO, Io, io... e poi
gli altri. Ma noi siamo altri per tutti gli altri...
Allora non lamentiamoci che il mondo è cattivo: lo facciamo noi
così.
Ps.(di oggi): e che dire della realtà virtuale? Che deve essere
massimamente Vera. Discorso lungo e necessario.
Perché l'io virtuale, forse, è quello più vicino alla pazzia.
E tanti Io immersi nel loro virtuale, creano una realtà
FOLLE. Fatta di una folla convinta nella propria solitudine
di essere vera nella propria piccola, insignificante realtà.
Perdendosi tutti, singolarmente e collettivamente.
Cercando di giustificare tutto questo con il niente.
Ma anche il niente l'abbiamo fatto noi...
porucista in La sosia di PearlGi&...
annikko in La sosia di PearlGi&...
porucista in La convinzione &egra...
utente anonimo in La convinzione &egra...
porucista in Realtà illuso...
utente anonimo in Realtà illuso...
porucista in L'io e gli altriUn i...
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